Vademecum per giornalisti (firmato Indro Montanelli). Ps: “Se si vuole commuovere la gente, farsi prima un’accreditata fama di cinico”

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Breve florilegio di citazioni e ricordi di Indro Montanelli.
A buon uso di chi vuol fare il giornalista. E soprattutto di chi lo fa già.


 

1.

Ma questo sono e questo voglio restare: soltanto un giornalista
(Indro Montanelli-Tiziana Abate, Soltanto un giornalista, Rizzoli 2002)

2.

Ho un racconto in testa che non riesco a scrivere, è un sogno che via via che invecchio mi ritorna sempre più frequentemente. Ci sono io, salgo a piedi la collina che conduce alla villa, in mezzo al bosco… Da bambino il bosco, tra i due paduli di Fucecchio e di Bientina, era il mio regno. Arrivo fino al cancello della villa, ormai è un giardino dei ciliegi. Entro, suono il campanello e mi viene ad aprire il me stesso che è rimasto lì. Tale e quale a me, solo più vecchio. Mi dice: “Cosa vuoi?”. E io dico: “Vorrei entrare”. Dice che non ne ho il diritto. “Tu te ne sei andato, hai avuto una bella vita, successi, avventure, donne. Qui sono rimasto io. Vedi le mie rughe? Sono le stesse della villa. Guarda, le tegole cadono, ci sono le crepe nei muri. Sono rimasto solo, non ho mezzi, ma io difendo questo giardino dei ciliegi. Questo è il mio mondo, tu non ci puoi entrare, non appartieni più a questo mondo”. 
(un sogno raccontato da Indro Montanelli in occasione del festeggiamento dei suoi 90 anni a Fucecchio, 22 aprile 1999)

3.

Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore.
(durante una lezione di giornalismo, Università di Torino, 12 maggio 1997)

 

4.

Tutta la mia vita è stata contesa fra la noia di vivere insieme e la paura di vivere solo.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

5.

L’unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio.
(Indro Montanelli-Tiziana Abate, Soltanto un giornalista, Rizzoli 2002)

6.

E lo specchio non vi giudica dai successi che avrete ottenuto nella corsa al denaro, al potere, agli onori; ma soltanto dalla Causa che avrete servito. Tenendo bene a mente il motto degli hidalgos spagnoli:”La sconfitta è il blasone delle anime nobili.
(Corriere della sera “La Stanza di Montanelli”, 31 dicembre 1997, in Indro Montanelli, Le Stanze, dialoghi con gli italiani, Rizzoli 1998)

7.

La mia religione. Credo in Qualcuno. Non credo che saprò mai, né da vivo né da morto, chi è e come è fatto.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

8.

Preghiera laica per la sera, prima di addormentarmi: “Dio dammi la forza di accettare le cose che non posso cambiare, di cambiare quelle che posso, e di capire sempre la differenza tra queste e quelle”.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

9.

Io non ho titoli culturali che mi qualifichino a lezioni su una tematica come quella del calvinismo. Ma credo di averne afferrato l’essenziale: la concezione della Ricchezza come segno della Grazia, di cui quindi non si è proprietari, ma amministratori per conto del Signore col compito di moltiplicarla per il bene di tutti.
 (Corriere della sera, “La Stanza di Montanelli”, 21 dicembre 1996, in Indro Montanelli, Le Stanze, dialoghi con gli italiani, Rizzoli 1998)

10.

“Guarda il monte di Oliena”, diceva mio padre rapito “guarda che colori meravigliosi”. Oh, io conoscevo quel colore notturno che sfaceva in grigio il violetto del monte di Oliena, lo portavo in me, lo vedevo riprodotto su tutto ciò che guardavo. Era il colore della morte e mio padre – che non sapeva – lo trovava meraviglioso. Guardavo mio padre con compassione e anche su di lui, nella sua chioma grigia, nella ruga della fronte, vedevo passare l’ombra della morte. Da essa non mi liberavo. Non me ne sono liberato mai più”.
(Indro Montanelli, Gente qualunque, Bompiani 1942)

11.

 “Mi descriva, caro amico, la sua donna ideale”. “Alta, magra, vestita di velluto nero, con un lungo, bianchissimo collo di cigno. Con gli occhi azzurri. I capelli d’oro. Infinitamente dolce, aerea, elegante. Ah, incontrassi una simile creatura! Ogni sera l’accompagnerei nella sua camera, la spoglierei, la metterei a letto cospargendoglielo di rose. E correrei al bordello, da una puttana grassa, sguaiata, volgare”.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

12.

Colette. Invecchia gentilmente, senza catastrofi. Ha su tutte le altre donne un vantaggio incolmabile: quello di essere stata il mio ultimo e più grande amore. Così grande che possiamo camparci di rendita, comodamente, tutt’e due per il resto dei nostri giorni.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

13.

Ogni tanto sono colto da eccessi di umiltà. Dico a me stesso che sono soltanto un abile intarsiatore di frasi e che, più che a convincere il lettore, miro a colpirlo con mezzi talvolta poco leciti; che sono più spavaldo che coraggioso. Eccetera. Ma poi, alla fine, invariabilmente, concludo che soltanto coloro che ne hanno molto dubitano del proprio talento. E così alle molte virtù che nei momenti di orgoglio mi attribuivo finisco con aggiungere, per umiltà, la modestia.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

14.

“In fondo, sia sincero, anche a lei la Gloria piacerebbe”. “Molto, signora. Ne vado ghiottissimo. Non so cosa darei per procurarmela. Sarei disposto a sacrificarle tutto. Tutto, fuorché la popolarità”.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

15.

La più grande prova di amicizia e di fiducia che un intellettuale possa dare a un altro intellettuale sarebbe quella di confessargli che non ha più letto Leopardi dai tempi del Liceo, che non ha nessuna voglia di farlo, e che le poche volte che ci si è provato è morto di noia.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

16.

Quando ebbi un processo non con un magistrato ma con un politico del rango di De Mita che avevo coinvolto nella mala amministrazione dei fondi stanziati per l’Irpinia dopo il terremoto, non trova, in tutta quella vasta regione, una toga che venisse a testimoniare in mio favore. L’unico che mi difese fu colui che avrebbe dovuto accusarmi: il pubblico ministero del tribunale di Monza, Mariconda: non sul merito delle accuse, ch’egli non aveva elementi per poter valutare, ma sul diritto che mi riconosceva di lanciarle. Anche l’uso di 50-60 mila miliardi stanziati per l’Irpinia rimase un porto nelle nebbie.
 (Corriere della sera, “La Stanza di Montanelli”, 12 gennaio 1997, in Indro Montanelli, Le Stanze, dialoghi con gli italiani, Rizzoli 1998)

17.

Non esiste un contrasto personale fra Piero Ottone e me. Siamo, anzi, in ottimi rapporti. C’è piuttosto un’impostazione del Corriere della Sera del tutto diversa da quella che è la tradizione del giornale: dissensi sull’attuale indirizzo esistono e sono stati apertamente manifestati. Un dissenso niente affatto sotterraneo, un dibattito; e può darsi che esso si concluda con la sconfitta di chi sostiene questi valori tradizionali. In questo caso, potrebbe avvenire una secessione (…) Ci vorrebbe da parte di una certa borghesia lombarda, che si sente defraudata dal suo giornale, un gesto di coraggio, di cui però questa borghesia, capace in fondo solo di brontolare, non è capace.
(Indro Montanelli intervistato dal settimanale Il Mondo, nell’ottobre del 1973, poco prima di lasciare il Corriere della sera per fondare Il Giornale: in Giampaolo Pansa, Comprati e venduti, Bompiani 1977)

 

18.

Questo quotidiano nasce da una rivolta e da una sfida. La rivolta è contro uno stato di fatto che espone i giornalisti a ogni sorta di condizionamenti padronali e corporativi. La sfida è alla ineluttabilità di questa situazione. Noi siamo convinti che un gruppo di uomini professionalmente selezionati e fermamente decisi a servire soltanto il lettore possono ottenere da lui quanto basta a sostenere la loro impresa senza bisogno di mettersi all’ombra – e alla greppia – di un “protettore”. I più benevoli ci definiscono sognatori. I più malevoli, pazzi. Noi ci consideriamo soltanto sensati.
(primo editoriale di Indro Montanelli su Il Giornale, 25 giugno 1974)

19.

Ieri Fortebraccio, dalle colonne dell’Unità, ha invocato per noi, previa qualche iniezione, il ricovero immediato, e a titolo definitivo, in manicomio. La cosa non ci stupisce: sappiamo benissimo che di manicomi e di iniezioni nessuno s’intende più dei comunisti: chi c’è passato giura che ci hanno fatto una mano da maestri. Ci stupisce però che Fortebraccio lo abbia implicitamente – e un po’ anzitempo – riconosciuto. Forse gli è scappata. Alla sua età, succede. 
 (Il Giornale, “Controcorrente”, 10 dicembre 1976)

20.

Cadendo oggi il trigesimo della scomparsa di Pietro Valdoni, vogliamo rievocare un episodio del grande chirurgo. Come tutti ricorderanno, fu lui ad operare, salvandogli la vita, Palmiro Togliatti, ferito alla testa dalla rivoltella di Pallante. Quando ricevette la parcella, Togliatti la trovò salata, e accompagnò il pagamento con queste parole: «Eccole il saldo, ma è denaro rubato». Valdoni rispose: «Grazie per l’assegno. La provenienza non mi interessa».
(Il Giornale, “Controcorrente”, 23 dicembre 1976)

21.

Io chiedo scusa ai lettori se oggi non risarà il “Controcorrente” per “indisposizione del titolare”. Però non mi sento di prendermi queste vacanze senza un ringraziamento di cuore ai lettori che mai come in questa occasione ci hanno fatto sentire il coro del loro affetto, della loro simpatia e della loro solidarietà. Io penso che questa stupenda testimonianza quattro pallottole di rivoltella le vale”.
(Il Giornale, 3 giugno 1977, il giorno dopo l’attentato a Montanelli, in Indro Montanelli, La stecca nel coro. 1974-1994: una battaglia contro il mio tempo, Rizzoli, 1999)

Milano, 4 giugno. Le ferite vanno bene anche perché non ho il tempo di pensarci: è tutto un via vai di amici, nemici, conoscenti, sconosciuti: mi sembra di essere la Madonna di Loreto. Viene anche la televisione, e io mi lascio intervistare minimizzando l’accaduto (mi dicono che Cervi, che lo ha commentato l’altro ieri sera da Montecarlo, ha commosso tutti con la propria commozione). Mi telefona Andreotti, poi Cossiga, poi Forlani, poi Gianni Agnelli. A tutti rispondo scherzando, che non mi prendano per un piagnone. Dal giornale mi mandano tre sacchi di telegrammi. Ne hanno contati quindicimila. Ma la notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi – Quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti – si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

22.

È in corso una iniziativa per l’abolizione, nelle aule scolastiche, della pedana su cui si eleva la cattedra. Il perché lo avrete già capito: l’insegnante deve mettersi, anche materialmente, a livello degli alunni per non lederne la dignità e dimostrare con l’esempio che siamo tutti uguali. Giusto. «La via dell’uguaglianza» dice Rivarol «si percorre solo in discesa: all’altezza dei somari è facilissimo instaurarla».
(Il Giornale, “Controcorrente”, 29 ottobre 1977)

23.

Dall’indagine svolta da uno dei più seri istituti di ricerche demografiche, lo svizzero Scope, risulta che la professione più ammirata e rispettata, nel mondo, è quella dei medici. I giornalisti sono al penultimo posto. Ce ne sentiremmo profondamente avviliti se all’ultimo non vedessimo catalogati gli editori.
(Il Giornale, “Controcorrente”, 29 novembre 1978)

24.

Tobagi era caduto sotto le pistole di due signorinelli della migliore borghesia milanese che lo conoscevano benissimo, che sapevano della sua cristallina onestà e delle sue idee aperte e avanzate, che non avevano nemmeno l’alibi di qualche personale rancore verso di lui.
(Il Giornale, 29 novembre 1983 in Indro Montanelli, Il testimone, Longanesi 1992)

25.

L’agenzia Ansa riferisce che da un sondaggio operato in Francia su un pubblico internazionale, risulterebbe che il maschio italiano detiene ancora il primato mondiale della seduzione. Speriamo che i giornali non riportino la notizia: gl’italiani sarebbero capaci di crederci.
(Il Giornale, “Controcorrente”, 15 marzo 1987)

26.

Montesquieu diceva che le leggi, per godere il rispetto del cittadino, devono essere “poche e chiare”. Ma Montesquieu, in questo nostro paese che si qualifica “culla del diritto”, non è passato neanche di striscio. Azzeccagarbugli, che di leggi ne vuole moltissime e incomprensibili, gli ha sbarrato il passo”.
(Il Giornale, 28 settembre 1985 in Indro Montanelli, Il testimone, Longanesi 1992)

27.

Quando mi viene in mente un bell’aforisma, lo metto in conto a Montesquieu, o a La Rochefoucauld. Non si sono mai lamentati.
(Indro Montanelli, citato da Luigi Mascheroni su Il Giornale, 21 marzo 2009)

28.

Io sono un italiano, fra i pochi rimasti che nei confronti dell’Italia s’ispirano all’adagio inglese: «Che abbia ragione o torto, sto col mio Paese». Anch’io sto col mio paese quando ha torto, ma senza pretendere che il suo torto sia considerato ragione.
(Corriere della sera, “La Stanza di Montanelli”, 23 settembre 1997, in Indro Montanelli, Le Stanze, dialoghi con gli italiani, Rizzoli 1998)

29.

Non è stato un gesto di esibizionismo, ma un modo concreto per dire quello che penso: il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza.
(Indro Montanelli intervistato da Il Messaggero, il 10 agosto 2001, spiegando perché nel 1991 aveva rifiutato la nomina a senatore a vita offertagli dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga)

30.

Cortina, 20 agosto 1969. Di Scalfari non ho un’opinione precisa. C’è in lui un pizzico di Baldacci, un pizzico di Bel-Ami, e persino un pizzico di Ramperti. So che ha fatto parecchi soldi. La sua ambizione è sfrenata e scoperta. Ma vuole arrivare a qualcosa? Nella sua frenesia c’è del patologico. Le sue polemiche sono quasi sempre gratuite. Questo nemico di tutti è soprattutto nemico di se stesso, animato da un irresistibile cupio dissolvi.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

31.

Milano,  9 maggio 1970. Alla sera, premi Campione. Con un colpo a sorpresa, da banditi, Afeltra, Biagi e io siamo riusciti a farne assegnare uno a Zavoli, e Gonella ha rischiato l’infarto. Un altro infarto deve averlo rischiato Flaiano che per telefono ci martellava di ordini e contrordini.latitante la Mangano, voleva che l’assegno fosse ritirato da Pautasso. Poi ne ha dato l’incarico a Pautasso. Poi ne ha dato incarico a Soldati. Poi, colto dal dubbio che Soldato se lo giocasse (la premiazione si svolgeva al casinò) voleva revocargli il mandato, ma senza offenderlo. Dopo serrato e convulso dibattito abbiamo deciso che l’assegno sarebbe stato ritirato dalle mani di Soldati ma per passare immediatamente in quelle mie e che io mi sarei precipitato al telefono per dargliene conferma. Così ho fatto. “dio sia lodato!” ha urlato nell’apparecchio. Pausa. Poi, in tono apprensivo: “Ma tu, giuochi?”.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

32.

Milano, 7 novembre 1970. Alla Rizzoli per la dedica e la firma de L’Italia del Settecento. Pur dopo averne pubblicati tanti, ogni nuovo libro mi dà sempre una certa emozione. Robertino si vergognava ad allineare la sua firma accanto alla mia perché tutta la sua collaborazione si è ridotta a due magri capitoli. In compenso sta bene, è persino ingrassato, lavora con lena al suo Cagliostro, mi ha detto che riesce a buttar giù fino a quindici cartelle giorno. A scrivere così, poi c’è bisogno di riscrivere, ma vuol dire che si è trovato il ritmo. Lavorando con me e dovendo adeguarsi al mio stile, lo aveva completamente perso, e forse è stato questo il motivo della lunga nevrosi che lo ha tanto tribolato. Devo staccarlo dal mio carro, ma ancora non gliel’ho detto. Glielo dirò dopo aver letto il Cagliostro e se mi parrà tale da rappresentare per lui un buon decollo. A trentatré anni, è l’ora di volare con le proprie ali. Se ci riuscirà. Vuol dire che facendone il mio sottopancia gli ho reso un servizio. Se non ci riuscirà, vuol dire che ne ho fatto una vittima, e ne avrei rimorso.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

33.

“In molte, in troppe case italiane, non c’è altra carta stampata che quella dei giornali appesi a un gancio delle latrine…”. Così scriveva Papini nel 1953. Oggi, da quando c’è carta igienica in abbondanza, nemmeno quella.
(Indro Montanelli, con Beniamino Placido, Eppur si muove: cambiano gli italiani?, Rizzoli 1994)

34.

La genialità degli italiani è indubbia. Mi riferisco a quella rinascimentale. Quanto a quella – presunta – di oggi, credo che confondiamo troppo spesso genialità con ingegnosità. Di ingegnosità non manchiamo mai (…) A furia di comportarci in modo ingegnoso, di considerarci geniali sempre e comunque, rischiamo di comportarci da cretini.
(Indro Montanelli, con Beniamino Placido, Eppur si muove: cambiano gli italiani?, Rizzoli 1994)

35.

Che la classe politica che ha esercitato il potere negli ultimi trenta o quarant’anni sia stata, nel suo insieme, corrotta e corruttrice, è vero. Ma è altrettanto vero che al potere è sempre rimasta col nostro voto.
(Indro Montanelli-Mario Cervi, L’Italia dell’Ulivo, Rizzoli 1997)

36.

Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio, il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni da Giolitti ad Einaudi a De Gaspari. Insomma l’organo di una destra che oggi si sente oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori. Questa destra fedele a se stessa in Italia c’è. Ma è un’élite troppo esigua per nutrire un quotidiano. Ecco il vizio d’origine che ha fatto della “Voce”  come ha scritto Michele Serra – un giornale sbagliato, anzi un giornale “straniero”.
 (Ultimo editoriale de La Voce, 12 aprile 1995)

37.

In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire. Lo diceva Mussolini: “Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?” .
(citazione senza fonte, di dubbia attribuzione ma credibilissima)

38.

Se si vuole commuovere la gente, farsi prima un’accreditata fama di cinico.
(Indro Montanelli, I conti con me stesso. Diari 1957-1978, Rizzoli 2009)

39.

  Mario Cervi: “Indro, è arrivato questo libro, del tuo amico ****. Cosa ne facciamo?”. Montanelli (guarda il libro, lo soppesa, scorre la quarta di copertina, ci riflette a lungo, poi aggrotta la fronte): “Questo libro non vale niente. Ne possiamo anche parlare bene”.
(episodio raccontato da Mario Cervi e ripetuto spesso nella redazione del Giornale)

40.

So di aver scritto sull’acqua. Ma ciò non mi ha impedito di continuare a scrivere, impegnandomi tutto in quello che scrivo. E se Lei trova o cerca qualcosa da invidiarmi, è solo questo che può trovare: la gioia di scrivere sempre le cose, in cui, nel momento in cui le scrivo, credo.
(Corriere della sera, “La Stanza di Montanelli”)

1 Commento
  1. 1 anno ago
    silvia

    Grazie

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