Storie vere (e macabre) della buona borghesia. Le poese ottocentesche di Nico Mingozzi

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Cosa c’era dietro la buona borghesia di un tempo, quali storie dietro le foto in posa dei nostri nonni e dei bisnonni, in quei ritratti seppiati di confortante famiglia e decoroso amore che talvolta spuntano da vecchi bauli, o che inondano ormai senza identità le vetrinette dei mercatini? Forse pulsioni indicibili, desideri inconffessabili, un inconscio collettivo inaudito – come il nostro d’altronde – sebbene celato dietro volti e maschere impassibili, che Nico Mingozzi (fino al 23 maggio alla Raffaella De Chirico Arte Contemporanea di Torino) svela con una sapiente operazione di scavo psicologico.

Tra simbolismo, surrealismo, e dada l’artista ferrarese, classe 1976, s’appropria di un immaginario quasi pittoresco, quello delle stampe di inizio Novecento, e utilizzando le tecniche più disparate dal grattage al collage, passando per il ritaglio, la sovrapposizione, l’inserzione, restituisce fuori da ogni consunta oleografia, una dimesione reale, per certi versi macabra, inquietante ma densa di suggestioni, a un apparato iconografico che pensandoci attentamente non è altro che il primo manifestarsi, perfino ingenuo e banale, dell’ossessione moderna e contemporanea per le immagini di sé.

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