Quel Montanelli di Sky assurto al cielo non mi piace…

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Ieri sera, con molte speranze e alla fine con molto fastidio, ho visto il docufilm su Montanelli diretto da Samuele Rossi “Indro. L’uomo che scriveva sull’acqua”, andato in onda su Sky Arte. Non mi è piaciuto. Per niente. E qui provo a spiegare perché. Ah: alcune premesse.

1. Lavoro al Giornale da più di quindici anni;

2. Non ho mai conosciuto Montanelli di persona;

3. Ho lavorato con molti giornalisti (e non solo) che hanno conosciuto benissimo Montanelli, e per racconti raccontati (alcuni di sicuro veri, alcuni verosimili, alcuni forse falsi) ho finito col sapere parecchie cose di lui, oltre alla biografia “ufficiale”;

4. Da quando arrivai al Giornale fino alla sua morte, pochi mesi fa, ho avuto un bellissimo rapporto di amicizia e professionale con Mario Cervi, il quale fu uno dei più grandi amici di Indro: lavorò con lui al Corriere, con lui scrisse dodici volumi della famosa Storia d’Italia (e perlomeno: Mario Cervi scrisse i libri, Montanelli li leggeva, non toccava quasi niente, scriveva l’introduzione e poi firmava tutto il volume… ma non è così importante questa cosa), con lui fondò il Giornale, lo seguì alla Voce (poi Cervi tornò al Giornale, Montanelli al Corriere) e continuarono a sentirsi e a stimarsi tutta la vita. Cervi sapeva tutto di Montanelli: dividevano l’ufficio, a volte capitava che Cervi scrivesse un editoriale che poi Montanelli firmava, a volte uscivano insieme con le mogli, scrivevano libri insieme… Eppure non ho mai sentito da parte di Cervi una minima critica sul suo amico Indro, né dal punto di vista professionale né umano;

5. Nonostante questo non ho mai avuto il mito di Montanelli;

Bene. Adesso spiego cosa non mi è piaciuto del docufilm prodotto da Sky.

1. Non mi è piaciuta la scelta di parte, faziosa, dei commentatori (con l’eccezione di Paolo Mieli, che svetta su tutti di dieci-venti palmi). Capisco De Bortoli, che fu suo direttore al Corriere (ma allora perché non sentire anche un condirettore o un vicedirettore di Montanelli al Giornale, o comunque una firma del Giornale degli anni ’74-’94, come Livio Caputo, o tanti altri: avrebbero raccontato cose anche molto diverse su Montanelli e su quel periodo). Ma perché interpellare – non con uno ma con 10-15 interventi – uno scrittore come Nicola Lagioia? Perché? Non sa neppure chi sia Montanelli… E va bene Paolo di Paolo, che pure frequentò Montanelli per un’ora scarsa rispetto agli anni in cui lo frequentò un qualsiasi giornalista del Giornale di quei tempi, ma perché non sentire, tra i tanti stucchevoli biografi di Montanelli, un biografo-giornalista che lavorò con Indro al Giornale e alla Voce, come Giancarlo Mazzuca? Avrebbe potuto raccontare tante cose, molto diverse rispetto alla narrazione fantastico-agiografica di Marco Travaglio.

2. A proposito: perché non sentire uno dei tanti giornalisti che nel ’74 uscirono dal Giornale per seguire Montanelli alla Voce, e che quando la Voce chiuse – mentre Montanelli tornava comodamente su una macchina con autista in via Solferino, nella Stanza pronta per lui al Corriere – rimasero con il culo per terra, senza un lavoro, e senza mai una telefonata di aiuto da parte del grande Indro?

3. Segnalo uno strafalcione storico. Si sta parlando dei fatti di Ungheria del ’56, si leggono i pezzi di Montanelli da Budapest, uno o due intervistati commentano i fatti del ’56, poi interviene un altro biografo che non si capisce perché (errore di montaggio forse) parla di Montanelli e dei fatti di Praga del ’68… e quindi si ritorna a parlare tranquillamente di Budapest, in un minestrone giornalistico-sovietico-controrivoluzionario storicamente senza senso;

4. Segnalo una dimenticanza grave. Si sta parlando del Montanelli che (abbastanza improvvisamente) diventa antifascista e finisce in carcere a San Vittore. Si dice che viene condannato a morte. Si legge una frase di Montanelli sul fatto di essere condannato a morte in quanto antifascista… e poi senza spiegare nulla si sfuma nell’Italia degli anni Cinquanta… E la condanna a morte? Come fa Montanelli a essere ancora vivo? Quella da San Vittore fu una fuga o un’“uscita” favorita da un agente dell’Ovra? Ci si è dimenticati, ancora una volta, dello strano “passaggio” di Montanelli in Svizzera. Il quale – strano per un uomo inseguito dai nazisti – attraversò tranquillamente il confine su una macchina con autista e le camicie piegate nella valigia… Ecco perché i (veri) antifascisti in esilio nel Canton Ticino non lo sopportavano…

5. Il docufilm spiega che Montanelli se ne va dal Giornale perché Berlusconi vuole usare il quotidiano come megafono politico e lui non vuole fargli da cameriere, e va bene (in realtà la questione è molto più complessa, ma non è il caso di discuterne qui: nell’autobiografia di Mario Cervi c’è un capitolo intero molto interessante); però si accenna appena al fatto che se non fosse stato per Berlusconi che ripianava i debiti, il Giornale, nato nel ’74, avrebbe chiuso già nel ’78. Forse prima. Montanelli ha fatto quello che ha voluto per vent’anni. E con Berlusconi poteva continuare a scrivere le stesse cose in cui credeva prima, né più né meno (era molto più di destra e anticomunista Montanelli di quanto lo sia il Cavaliere). Solo che il vecchio Indro non sopportava che qualcuno – scendendo in campo, sotto i riflettori dell’intero Paese – gli togliesse il ruolo di protagonista nel piccolo e invidiosissimo mondo della destra italiana.

6. Un dubbio: perché Beppe Severgnini oggi sincero democratico, ma per anni firma del reazionario, destrorso e persino “fascista” Giornale, non è credibile, qualsiasi cosa dica?

7. Il tono apologetico-agiografico del documentario sarebbe piaciuto molto a Indro Montanelli, vanitoso com’era. Ciò non toglie che mettendo in scena un eroe senza macchie e senza ombre (nessun uomo ne è immune), sia falso. E in maniera anche stucchevole.

8. Il docufilm non dice una cosa. Che Montanelli – a detta di tutti coloro che lo conobbero e che lavorarono con lui – fu un eccellente giornalista, forse il migliore di tutti. Ma un pessimo direttore, forse il peggiore di tutti.

9. Il finale con le rondini non si può vedere.

1 Commento
  1. 11 mesi ago
    Bellini Fabrizio

    Il Presidente Biazzi Vergani e io siamo ancora a ” il Giornale” dalla sua fondazione, primavera del 1974 e non inverno dello stesso anno in cui arrivarono le seconde linee: nessuno oltre noi conosce tutta la vera storia della SEE Spa sino ad oggi.
    Il Suo commento al docufilm mi pare contenga alcune verità talmente evidenti che è persino inutile riprenderle e molta acredine verso un uomo che non ha mai incontrato e conosciuto se non attraverso le parole di persone che, Lui morto, hanno finalmente potuto sputare tutto il veleno che avevano dentro.
    Se vuole posso chiarirLe di persona alcune inesattezze – ci troviamo al Giornale ad esempio dopo le ferie.
    Il Commercialista di Indro Montanelli

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