Manifesto per i Beni Culturali

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Manifesto per i Beni Culturali e l’identità italiana.

Tra conservazione e innovazione

 

1) L’identità nazionale italiana si fonda sulla lingua e sui beni culturali.

Un’identità ben più profonda e antica della creazione dello Stato.

Un’identità che affonda nelle nostre radici, di cui siamo e dobbiamo essere orgogliosi, che deve essere un monito, ma che può anche indicare la strada del nostro futuro.

2) Dobbiamo rifondare un patto tra cittadini fondato sul “Patriottimismo”.

Un sentimento patrio fondato sull’identità che ci proviene dall’immenso patrimonio artistico che ci contraddistingue nel mondo e ci rende orgogliosi e che può indicare la strada del nostro futuro sviluppo in chiave federalista.

3) Il primo compito è conservare e arricchire il nostro patrimonio essendo esso un fattore identitario prima ancora che una risorsa economica.

4) I beni culturali non sono un onere, bensì un giacimento identitario e dopo anche una risorsa economica.

I beni culturali possono e devono essere considerati uno strumento per aiutare il turismo e dunque la nostra economia. Ma non possono essere valutati solo per questo.

5) Il compito è migliorare la fruizione e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

Esso è un fattore identitario su cui fondare un nuovo patto tra cittadini, un fattore su cui basare il futuro sviluppo democratico dell’Italia, uno strumento per migliorare l’economia.

6) La conservazione è compito principale dello Stato, alla valorizzazione devono partecipare gli enti locali e i privati.

Lo Stato deve agire solo in via sussidiaria, subentrando agli enti locali e ai privati quando il bene economico non permette una adeguata redditività per sostenersi da solo.

7) Ogni bene culturale deve essere gestito con la diligenza del buon padre di famiglia e con le competenze che si usano nelle imprese.

8) Il fine non è il profitto, ma neppure il passivo all’infinito. Il fine è la sostenibilità.

9) La frequentazione con i beni culturali e la bellezza che da essi promana, genera creatività.

La creatività del popolo italiano non è uno stereotipo, ma il frutto della millenaria frequentazione con il nostro patrimonio culturale inestricabile connubio tra natura e arte.

10) La creatività è il surplus che determina il nostro successo in campo economico.

11) La creatività va difesa, i beni culturali, che ne sono il motore, vanno difesi come asset strategico del paese.

Come per la ricerca scientifica e l’istruzione, i beni culturali sono l’asset strategico del nostro paese. Investire su essi significa investire nel comparto che più di ogni altro può garantirci una primazia nei confronti del resto del mondo.

12) Il bene culturale, il paesaggio, non possono essere delocalizzati, l’Italia può e deve tornare ad essere la capitale del mondo in questo settore.

Da sempre ci è riconosciuto il primato in questo campo, ci è riconosciuto e affidato il compito di essere il paese che indica agli altri come si produce il bello, come si vive con gusto.

13) Le aziende di tutto il mondo devono delocalizzare in Italia i propri uffici di creatività.

14) L’Italia deve essere la Silicon Valley dei beni culturali, la Bangalore del paesaggio, la Shanghai del bien vivre.

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Ecco un “manifesto minimo” in cui si propone di ripartire da ciò che per millenni ci ha fatti grandi, ammirati e inimitabili. Il patrimonio paesaggistico, artistico e culturale della nostra nazione è una risorsa imprescindibile. Ma non ci si può limitare a un generico rilancio del turismo, quando possiamo diventare il luogo elettivo del talento e del genio

Viviamo in un’epoca di crisi. Come però suggerisce l’etimologia, “crisi” (dal verbo greco krino, “giudico”) è il momento in cui bisogna giudicare e dunque scegliere. Il nostro Paese si trova ad un bivio. Davanti ha due opzioni. Una strada larga, ma pericolosa è quella di competere con gli altri Paesi accampandosi sullo stesso terreno di battaglia: e cioè il terreno della globalizzazione. L’altra strada più stretta, ma forse più lungimirante, è quella di rivolgerci al nostro “particulare”, quel quid che ci differenzia da tutte le altre nazioni e ci pone al vertice di una ipotetica classifica: cioè il patrimonio artistico e paesaggistico.

Nonostante i proclami magniloquenti, alla fine le proposte sul tavolo si limitano a un generico convincimento che i beni culturali siano potenzialmente un motore di sviluppo imprescindibile per la nostra economia, soprattutto in virtù del turismo.

Nessuno però che dia poi seguito a una politica realmente imperniata sul tema.

  • Il primato degli italiani sul resto del Mondo

Nel tentativo di fondare i criteri di un’azione politica centrata sui beni culturali, innanzitutto valgono alcune premesse.

Per prima cosa è necessario capire e sentire il primato dell’Italia ed esserne orgogliosi. Non bisogna vantarsi a sproposito, ma neppure continuare in un atteggiamento punitivo al limite del masochismo. Il nostro Paese per due millenni è stato considerato dagli stranieri la culla della civiltà.

(è utile ricordare per sommi capi che possiamo arrogarci in epoca romana l’invenzione del diritto, ma anche in epoca medievale la rinascita della spiritualità monastica. Se esiste l’Europa e un’idea di Europa, dobbiamo ringraziare san Benedetto e la sua Regola. L’umanesimo è una questione soprattutto italiana. Il Rinascimento, che da noi dura un secolo, si prolunga per centinaia di anni oltre confine grazie ai nostri ingegni che migrano e civilizzano, nel senso vero del termine, le altre regioni. D’altronde abbiamo avuto i più grandi artisti, i più grandi pittori, i più grandi architetti e musicisti, i più grandi poeti, i più grandi miniatori e scultori. Perfino i più grandi cuochi. Quelli che da noi avevano la fortuna di esser considerati al massimo come valenti artigiani, all’estero furono riconosciuti come grandi artisti. Nonostante fossimo sempre sotto il tallone della dominazione straniera, la nostra cultura è stata vincente, la nostra lingua la più usata nelle arti e nei mestieri. Persino i geni stranieri, pensiamo a Mozart, scrivevano musica per parole italiane. Se non bastasse l’arte, durante l’epoca comunale le nostre città hanno primeggiato nel mondo per bellezza e ricchezza, insegnando la scienza dell’economia e del commercio. Anche quando la grande civiltà italiana era ormai ridotta al lumicino, nel Settecento e nell’Ottocento, stuoli di stranieri visitavano la penisola per studiare, formarsi, crescere).

Ed è dunque da questo che dobbiamo ripartire, cioè dall’orgoglio del nostro passato, dalla capacità sempre dimostrata di mantenere e conservare le nostre tradizioni e il nostro patrimonio accrescendolo anno dopo anno, secolo dopo secolo.

In una parola abbiamo bisogno di Patriottimismo, cioè di una consapevole riscoperta della nostre radici e dell’ottimismo che esse per natura generano. Da sempre siamo stati i migliori in questo campo, da sempre abbiamo trovato soluzioni migliori, da sempre abbiamo usato il nostro ingegno per migliorare il mondo.

  • Il nostro core-business è la conservazione

Il nostro core business, come spiegano i sociologi, non è l’innovazione. E’ velleitario pensare di competere nello scenario della globalizzazione con Cina e India su questo piano come fanno Usa e Germania, ed è stupido parimenti non capire che Usa e Germania non hanno le nostre possibilità.

Più intelligente invece sarebbe convincersi che il vero rilancio dell’Italia passa attraverso la conservazione del nostro paesaggio e dei nostri beni culturali, che sono la specificità riconosciutaci da tutto il mondo. Conservazione peraltro che in passato è sempre stata foriera di discussioni e di scontri i cui risultati sono visibili a tutti: città storiche sufficientemente preservate, ma anche devastazioni definitive di alcuni luoghi sacri della nostra storia.

Ovviamente focalizzarsi sulla conservazione non significa impedire che nuovi progetti arricchiscano il nostro patrimonio. Ma questi devono essere studiati con attenzione. L’idea del non plus ultra, cioè che non ci sia più possibilità di costruire cose belle eguagliando gli antichi, è figlia del nichilismo. Un tempo con somma fiducia nelle capacità umane, gli artisti del Quattrocento biaccavano gli affreschi del Trecento convinti di fare meglio, gli artisti del Cinquecento biaccavano quelli del Quattrocento e così via. Certo oggi nessuno sarebbe così folle di chiamare i graffitari a ridipingere la Cappella Sistina, eppure se nascesse una nuova tensione al bello, se questa tensione fosse accompagnata dall’umiltà di riconoscersi figli di una comune tradizione, non ci sarebbero problemi a erigere a fianco degli edifici antichi splendidi edifici moderni.

  • L’ideale a cui dobbiamo tendere è la bellezza

Facciamo un passo avanti. Nel nostro ragionamento, ad un certo punto, è comparsa la parola Bello. Che non è un refuso. Bensì l’ideale a cui dobbiamo tendere per vincere la competizione globale.

La Bellezza, con la B maiuscola, è uno dei valori che deve imperniare l’azione politica, dà senso alla vita. La bellezza è una forma simbolica che invece di procedere verso l’insignificanza e l’annullamento, produce continuità nel sistema, mutamenti di forma, nuovi significati. In un tempo di vari nichilismi, bisogna dunque esaltarne l’ideale regolativo, la capacità di trasformazione nella persistenza, la sua funzione sociale, il carattere educativo.

La Bellezza in questo senso è preminentemente un valore politico, perché individua modi di progettare e di intervenire sulla realtà circostante, trasmette valori, induce all’imitazione positiva, offre soluzioni alla società.

  • La creatività è una capacità diffusa

Ora facciamo un passo indietro. Abbiamo precedentemente spiegato perché è giusto essere orgogliosi del nostro passato, sublimato nelle migliaia di opere d’arte e di monumenti sparsi nella penisola, e perché parimenti è giusto porre grande vigilanza nella conservazione di questo patrimonio.

Ora dobbiamo convincerci che questo patrimonio è utile. Tralasciamo per un attimo l’idea scontata di legare il patrimonio artistico al turismo. Ci torneremo. E focalizziamo la nostra attenzione sul vero quid che ci distingue dagli altri Paesi: la creatività. Che non è uno stereotipo da barzelletta, bensì una capacità realmente diffusa tra gli italiani, una peculiarità di cui spesso abusiamo, ma che talvolta disprezziamo.

La creatività che è l’unica arma a nostra disposizione per sopperire all’endemiche mancanze (di materie prime, di grandi industrie, di grandi capitali, di un mercato davvero libero…) è frutto della tradizione e della possibilità costante di confrontarsi con il Bello della natura e dell’arte. Bello che come abbiamo detto è metro regolatore e ispiratore di ogni attività che si concretizza nel “fare”.

La Bellezza è dunque sistema di riferimento e generatore della capacità degli italiani di essere creativi soprattutto nell’artigianato (sia quando si tratti di artigianato di lusso o ad alto contenuto tecnologico). E non è un caso che proprio in alcuni comparti dell’artigianato siamo leader. Riescono a competere sullo scenario mondiale le nostre piccole e medie imprese in cui l’apporto creativo è fondamentale per sopperire alle dimensioni, riescono a competere le grandi industrie comunque legate all’artigianato e alla creatività, per esempio quelle della moda e del design.

  • Dobbiamo preservare il Genius loci

Da queste prime considerazioni discende dunque la necessità di preservare il genius loci, cioè quello spirito della tradizione che si è incarnato nel paesaggio italiano, sublime composizione armoniosa di natura e arte, e di preservarlo attraverso la conservazione appunto del paesaggio, più in generale dell’ambiente e del patrimonio artistico che devono diventare il centro di un’azione politica intelligente e responsabile.

In questo senso l’Italia è il più grande museo a cielo aperto del globo e come tale va trattato. Scontato adoperarsi perché esso sia visitabile e fruibile nel migliore dei modi e da più gente possibile. Il turismo deve essere agito come un comparto strategico della nostra economia. Non è però sufficiente tirare a campare come si è fatto fino ad oggi, contando solamente su un patrimonio unico e irripetibile. L’azienda turismo deve essere migliorata, possibilmente puntando su una clientela di alta qualità che cerca da noi quello che non può trovare altrove: cioè, lo ripetiamo, bellezza della natura compenetrata a bellezza dell’arte. A cui si affianca una secolare tradizione del bien vivre, espressa con la gastronomia, la cultura, la capacità di generare emozioni, la cultura dell’accoglienza.

Attenzione però: bisogna non cadere nel tranello e proporre un sistema che conduca il Paese a una definitiva musealizzazione. La sfida non è quella solo di attirare più turisti, proponendo loro un classico tour nel parco a tema (vedi Venezia) o nel grande museo (vedi gli Uffizi), un tipo di prodotto cioè che si acquista e si consuma il più velocemente possibile. Bensì ideare un modello di fruizione che esalti l’unicità del luogo. E costringa gli stranieri a gustarlo con lentezza e consapevolezza. In sostanza, ciò che dobbiamo vendere non è solo il luogo ma il modo, non lo spazio geografico ma la civiltà che lo ha costruito, il modello di vita da cui esso è generato.

  • Think in Italy, work in China

Questo però non è sufficiente: benché per via della globalizzazione decine di milioni di nuovi ricchi si affaccino sul mercato, dopo aver assolto gli istinti primari avranno bisogno di chi li educhi al bel vivere.

Oggi, in epoca di globalizzazione, anche la forza lavoro si sposta a seconda delle esigenze. Molte società occidentali ormai tendono a esternalizzare i propri servizi nei Paesi meno sviluppati, che hanno un costo del lavoro minore. Dapprima il fenomeno interessava servizi a basso contenuto tecnologico: pensiamo alle aziende americane che per esempio delocalizzavano i propri call center in India, dove esisteva una manodopera a basso costo comunque educata nella lingua inglese. Da qualche anno stiamo però assistendo a un fenomeno ancora più stravolgente: le società occidentali delocalizzano settori strategici perché in Paesi come l’India e la Cina, che hanno investito sull’istruzione, trovano ingegneri più preparati e a meno costo.

L’Italia è lapalissianamente il posto migliore per delocalizzare il management creativo che ha bisogno di un confronto quotidiano con la Bellezza, e che potrebbe giovarsi degli stimoli provenienti da una cultura millenaria improntata al Bello. L’Italia potrebbe attirare tutti quei nomadi della creatività che sono i veri generatori di innovazione e ricchezza nei campi in cui il made in Italy è già oggi all’avanguardia e sinonimo di qualità (moda, design, ma anche ricerca, tecnologia…). Lo slogan è presto detto: Think in Italy, work in China.

  • Liberare le nostre città dalla burocrazia

Ma per diventare il Paese nel quale le aziende di tutto il mondo desiderano delocalizzare il loro management creativo non basta vivere di ricordi e avere quadri polverosi appesi alle pareti. Le nostre città sono oggi spente, talvolta invivibili, oppresse dai particolarismi, dal brutto, dalle nefandezze della politica, dagli orrori della malavita. Non ci sono nuovi progetti architettonici decenti e quei pochi rischiano di deturpare la bellezza salvata fino ad ora. Non c’è più traccia, se non in via residuale, di quell’energia che ha sempre contraddistinto i nostri distretti fin dall’epoca comunale, passando per il Rinascimento, e arrivando al boom economico del Dopoguerra.

La burocrazia ha ucciso le nostre città. La politica coi suoi ritardi impedisce che si esplichi la nostra naturale capacità di trovare soluzioni geniali e proporre stili di vita consoni alla Bellezza.

  • Fortificare il marchio Italia

Prima di proporre soluzioni, tentiamo di ricapitolare il ragionamento. Noi siamo gli eredi spesso inconsapevoli di una grande civiltà. Senza presunzione, ma con umiltà, possiamo dire che in Occidente abbiamo, e ci è stato riconosciuto, un ruolo naturale di indirizzo e progettazione degli stili di vita. Dobbiamo riscoprire il nostro ruolo e per far ciò dobbiamo tornare ad essere orgogliosi della nostra identità e della nostra tradizione. Lo specifico della nostra tradizione è la Bellezza, che è un valore politico.

Alla luce di questo, è chiaro che il consolidamento degli strumenti legislativi e amministrativi per migliorare la tutela del paesaggio e dei beni culturali deve diventare il centro di un’azione politica il cui fine sia rilanciare il Paese.

Per far questo, il paesaggio, le tradizioni, il patrimonio artistico devono essere percepiti da tutti gli italiani come il tratto distintivo della nostra nazione rispetto al resto del mondo. E come tali vanno valorizzati, con iniziative che proteggano e sviluppino all’estero il marchio Italia (per esempio unificando e fortificando l’azione degli istituti italiani di cultura, degli istituti per il commercio estero, delle ambasciate). E con iniziative che sviluppino il turismo di qualità.

Ma anche con politiche di defiscalizzazione dell’investimento in cultura adeguate al rilancio di un Paese in cui nessuno vuole più investire.

  • Punti fermi per un futuro che è già oggi
    • Compito della politica è progettare un Paese felice. Per la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti (1776) giusto è il desiderio di felicità che alberga in ogni cuore umano. Compito dello Stato è far sì che questa legittima aspirazione si esprima ed eventualmente si compia. Lo Stato è infatti l’armonizzazione delle singole volontà e la loro nobilitazione per un bene comune, per uno scopo superiore. Lo Stato è uno strumento, necessario a rendere migliore la convivenza e a regolare la società. Deve rimuovere gli ostacoli e garantire un quadro normativo di riferimento certo e forte, di cui mai è fonte ultima. Per questo motivo deve limitarsi a lasciare fare, e a lasciar fare bene i singoli, mai sostituendosi a essi nel miraggio di sapere e di potere fare tutto. Lo Stato deve liberare le energie private, l’unica vera risorsa creativa e non dispotica, intervenendo solo in extrema ratio quando il cittadino non è in grado di agire da sé, secondo il principio di sussidiarietà.
    • Compito della politica è risvegliare il senso autentico dell’identità nazionale, che bene può essere definito in termini di “patriottimismo”, vale a dire di riscoperta del concetto di patria in chiave positiva, propositiva. Solo condividendo alcuni valori di base e sentendosi orgogliosi della propria identità nazionale e delle proprie tradizioni, cioè del proprio essere italiani, i cittadini possono affrontare con fiducia la crisi permanente in cui versano il nostro Paese e le nostre istituzioni, sottoscrivendo un nuovo patto sociale, efficace e felice. Compito della politica è inoltre credere nella Bellezza come valore anzitutto normativo del vivere sociale. Compito della politica è anche tutelare l’ambiente e il paesaggio, nostra casa. Diversamente da quanto pensa l’ecologismo fondamentalista ed esasperato, che sacralizza la “dea terra” e che ritiene l’uomo un cancro da estirpare, l’ambiente è fatto per l’uomo e non viceversa. L’ambiente è la nostra umana dimora: per questo va rispettato, cercando di renderlo più accogliente, di farlo se possibile più bello.
    • L’Italia è il più grande contenitore di paesaggi del mondo, il suo è un vero record. Ma il paesaggio è frutto della continua interazione fra uomini e natura. Quando si guarda un paesaggio e se ne gode, si contempla il lavoro millenario di generazioni profuso per rendere ospitale, cioè abitabile, la natura selvaggia. È lo spettacolo della civiltà, della civitas: una città allargata e abitata. Per questo il paesaggio va difeso con forza e con intelligenza. In esso alberga lo spirito stesso della civiltà che viviamo.
3 Commenti
  1. 5 anni ago
    angela pagani Donadelli

    Mi piace molto la vostra intenzione e vorrei se volete contribuire attraverso contenuti esperienza e conoscenza . Grazie e buona pasqua . Angela Pagani Donadelli

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  2. 4 anni ago
    lorenzo turco

    Complimenti, sono un operatore privato nel campo dei Beni Archeologici. Trovo difficile non condividere almeno 80 % delle vostre argomentazioni. Il punto principale è, a mio avviso, la sostenibilità del mondo museale italiano: così com’e’ ora strutturato è destinato prima alla paralisi (già vicina, se non raggiunta) e poi al disastro. Quel che forse non si è detto con forza è che il momento del coraggio è arrivato. E per coraggio intendo la responsabilità di dire realmente cosa è IMPORTANTE e cosa è secondario o marginale all’interno dei nostri Musei. Qualcuno è ancora convinto che, vista la ns. situazione economica , ci si possa permettere i 1.050 Musei che pare siano sparsi per tutta la ns. Penisola???Complimenti ancora. Resto a vostra disposizione per qualsiasi collaborazione. Dott. Lorenzo Turco, Ixion ArcheoGallery, Trieste

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