Ma come si sogna nei romanzi?

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Domani si apre il Salone del Libro di Torino 2016, dedicato al Sogno e alle Visioni. per l’occasione gli studenti del Laboratorio di Editoria libraria dell’Università Cattolica di Milano, organizzato dal professor Roberto Cicala, hanno prodotto una ricerca-antologia con schede dei casi editoriali sui grandi libri della letteratura mondiale che trattano il tema del sogno. Il “quaderno”, pubblicato dalla casa editrice EDUCatt, dal titolo “Sogni d’autore. Percorsi editoriali tra realtà e fantasia” sarà presentato venerdì al Salone del libro di Torino. Qui pubblichiamo l’introduzione di Luigi Mascheroni, giornalista culturale e docente all’Università Cattolica

Incantesimi, contese, battaglie, sfide, ferite, galanterie, amori, tempeste e stramberie impossibili… Il gentiluomo della Mancia più ingegnoso e famoso della storia della letteratura si convinse così tanto «che tutto l’apparato di quelle sognate invenzioni che andava leggendo rispondesse a verità, che per lui non esisteva al mondo altra storia più certa». Immaginazione e verità, oppure immaginazione è verità. Appunto.
È curioso, o forse scontato: ma tutte le cose che incontriamo nei sogni sono esattamente le stesse che leggiamo nei libri. E in entrambi i casi – per il tempo di un dormiveglia o per la lunghezza di qualche pagina – le crediamo (e le vogliamo credere) vere: avventure, come quelle di Conrad o Melville; fantasie bizzarre e mostruose come quelle di Lewis Carroll o Stevenson; ricordi e memorie come quelle di Dostoevskij e García Márquez; mondi fantastici e inquietanti, come quelli di Peter Pan e Pinocchio; città incantate e (in)visibili, come quelle di Brodskj e Calvino; mondi magici e straordinari, come quelli di Narnia e di Harry Potter; incubi e desideri, come quelli di Kafka e di Scott Fitzgerald; e amori e battaglie, come quelle dei poemi cavallereschi e dell’Orlando furioso, di cui cade quest’anno il mezzo millennio dalla prima pubblicazione.
I sogni riconducono alle radici mitiche della nostra psiche (ecco l’inconscio), cioè alla natura stessa dell’uomo, riportando in vita quegli dèi e quei demoni – cioè quelle speranze e quelle paure, quelle felicità e quelle sofferenze – senza i quali Poesia e Romanzo, cioè la letteratura, diventano pratiche inerti e resoconti morti. E invece non c’è nulla di più vivo, nella sua impalpabile inconsistenza, del sogno. Lo sapeva, e ce lo ha insegnato molto bene, William Shakespeare, il quale sul labile confine tra sogno e realtà ha costruito la più grande opera letteraria del suo e del nostro tempo. E lo sapeva, e ce lo ha insegnato molto bene, Miguel de Cervantes, il quale fa coincidere il più grande sognatore della letteratura – il folle cavaliere della Mancia – con il più grande libro mai scritto del genere romanzo, il Don Chisciotte. Sono passati esattamente 400 anni da quell’aprile in cui morirono, a un solo giorno di distanza (sembra un sogno, o un romanzo), William Shakespeare e Miguel de Cervantes. E continuiamo a celebrarli, e a leggerli, e a sognarli. Qualcosa vorrà pur dire.
Forse vuol dire che sogni e libri coincidono: del resto che cos’è la più grande opera scritta da un uomo – ma che sfi ora l’ultra-umano, tanto da aver bisogno l’aggettivo “divina” – se non un sogno, il sogno di un viaggio? Forse vuol dire che la lettura è solo la prosecuzione di un sogno, ma senza dover chiudere gli occhi.
Forse vuol dire che nei libri che leggiamo così come nei sogni che sogniamo, c’è tutto ciò che occorre all’uomo: giardini incantanti e Paradisi, ombre e Inferni, meraviglie e incantamenti, desideri e immaginazioni, cose magnifi che e straordinarie («purché si abbiano occhi abbastanza buoni per vederle» raccomanda Alexandre Dumas), avventure e ricordi, imperi e arcani, amori spezzati e amori che si ricompongono, spirito e carne, ferite dell’abbandono e nostalgia del passato, cose perdute e ritrovate, incubi e rivelazioni, sdoppiamenti e slittamenti di personalità (noi sogniamo sogni e leggiamo libri perché vogliamo essere qualcun altro, oppure noi stessi ma differenti), futuri possibili (le fantasie fantascientifiche) e passati diversi (le fantasie fantasy), e poi inganni e miraggi, estasi e passioni, guerre e eroismi, vittorie e cadute.
Servono tante pagine e tante notti per raccontar(si) tutte queste storie. Del resto, si sa. Le case più belle sono quelle che hanno le stanze pieni di sogni e le pareti piene di libri.
I sogni sono curiosi. I sogni rendono saggi dice Stubb, il secondo uffi ciale, in Moby Dick. I sogni ci fanno prendere troppo sul serio. I sogni sono messaggi degli dèi (ma poi occorre interpretarli). I sogni sono metafore (ma occorre saper essere originali). I sogni dissipano le ombre delle cose accadute e creano quelle delle cose che sarebbero potute accadere. I sogni, scrive Milan Kundera, sono «la prova che immaginare ciò che non è accaduto è tra i più profondi bisogni dell’uomo». I sogni «costituiscono il più antico e certo non il meno complesso genere letterario», ci ha lasciato in eredità Jorge Louis Borges. «¡Quetoda la vida es sueño, y lossueños, sueños son!» verseggia Calderón de La Barca. I sogni, soprattutto, instillano l’idea che il fantastico sia sempre dietro l’angolo della realtà (chi legge Dino Buzzati, o Franz Kafka, lo sa bene).
I sogni sognati, come i libri letti, non svaniscono con l’alba o appena richiuso il libro: ma lasciano tracce profonde, ci cambiano (è il paradosso di certi sogni che ci «svegliano»), quasi sempre ci rendono migliori. E la letteratura non è altro che un sogno che continua a ripresentarsi per il resto della vita. Nel passato e nel futuro. Nel passato i sogni sono la tradizione del nostro immenso patrimonio letterario, artistico, fi losofi co, cinematografi co che costituisce la nostra identità culturale, il nostro essere uomini. Nel futuro i sogni sono la capacità di chi vuole guardare lontano, le sfide che sembrano impossibili, i progetti di chi scommette sul domani, senza i quali non potrebbe vivere oggi. I sogni, come la letteratura, sono insopprimibili, necessari, vitali. L’editoria, che è quella cosa che inizia a lavorare quando lo scrittore ha smesso di sognare, non fa che raccontare tutto questo. Soltanto che, come il sognatore non può indirizzare i propri sogni, così l’editore non può programmare il suo successo. E solo ogni mille incubi spunta un sogno meraviglioso. Si chiamano classici.
«A che serve un libro senza le fi gure e i dialoghi?», si chiede Alice nel Paese delle Meraviglie. E a che cosa serve la vita, senza i sogni? Ecco. Non c’è nulla di più difficile che convincere un uomo a rinunciare ai propri sogni. E a uno scrittore a rinunciare a scrivere.

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