lo sgunz gonfiato di ai weiwei, quando l’arte impegnata gioca con le trovatine

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Di Ai Weiwei non si può dire che bene: incarcerato 81 giorni perché si opponeva al regime cinese, è diventato un’icona della libertà di pensiero, un santino di ogni battaglia sui diritti civili. Se fosse italiano, sarebbe Saviano.

Negli ultimi mesi Ai Weiwei si è concentrato sulla questione dell’immigrazione nel Mediterraneo, in particolare sulla macabra ecatombe in mare dei profughi in fuga. A gennaio a Berlino, sulla facciata della Konzerhaus, ha creato un’installazione con 14 mila giubbotti gonfiabili. A Settembre appenderà alle finestre di Palazzo Strozzi a Firenze 18 gommoni di salvataggio. Nel mezzo, a Vienna, nello stagno del Belvedere sta galleggiando una cosa composta (e ci risiamo) da 1000 giubbotti di salvataggio recuperati nell’isola di Lesbo e riuniti in gruppo – “come fiori di loto” – così da formare una gigantesca lettera F, dal nome del suo studio di architettura, il Fake Design.

A parte il giochino, da lui stesso certificato, “fake/fuck” (che non fa assolutamente ridere), le sue opere sanno molto di sociologhese, trovatine che anche un bambino potrebbe avere (maddai proprio in giubbetti che galleggiano! sai che roba), senza nessuna possibilità di innestare quella funzione catartica che la vera arte dovrebbe assolvere.

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