I musei sono le nuove cattedrali della modernità, ma senza Dio. Servono a sacralizzare il brutto

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Maxxi, Macro, Mart, Madre, Mambo, Maga, Marca, Macs, Miit, Macma, Man, Musma, Gam, Gamec, Gnam, Sms, Craa, Cesac, Pac, e per finire un bel Vaf. Sono alcuni degli acronimi con cui si definiscono i musei di arte contemporanea in Italia, per assonanza col mitico Moma di New York. Un gergo, tra argot e onomatopea, utile per rafforzare il senso di appartenenza di un gruppo di fedeli a una sorta di nuova religione secolarizzata, che è appunto quella dell’arte contemporanea. Di fatto, i musei sono le nuove cattedrali della modernità, edifici magniloquenti che esprimono la grandeur della nazione, della città o del paese o del borgo che li ospita, un po’ come succedeva un tempo con le basiliche. E al cui interno, non vengono più esposte le reliquie condotte dalla Terra Santa – il prepuzio e le fasce del bambin Gesù, o la sacra spina, o i sacri chiodi – bensì le stravaganze del concettuale, orinatoi, merde d’artista, animali impagliati, scheletri di vario genere e grandezza, teste di mucche sgozzate; d’altronde, ogni epoca ha i suoi idoli da venerare, amen.

Come sia accaduto ciò e perché, resta comunque un mistero gaudioso la cui comprensione è facilitata da un libretto appena pubblicato (“Musei le nuove cattedrali”, Medusa, pp. 88, euro 8,00), che raccoglie, seppur datati, due testi profetici sul tema; il primo del 2000 di Charles Jencks, architetto e teorico dell’architettura, il secondo del 1985 del grande Tom Wolfe. Diciamo “datati”, perché dal 2000 in poi nel mondo è esploso il mercato dell’arte fino agli attuali 60 miliardi di dollari di fatturato all’anno, perché in Cina ci sono già 4mila musei e ne aprono centinaia ogni stagione, perché l’art system è diventato una macchina rodata con fiere e manifestazioni e appuntamenti continui, quasi giornalieri. Ma aggiungiamo “profetici” perché i fedeli sono davvero diventati milioni nel mondo e il verbo passa dalla bocca di un adepto all’altro con la leggerezza di un’ostia sconsacrata.

Ha dunque ancora massima ragione Wolfe quando scrive che l’arte è il credo delle classi istruite, una vera religione la cui funzione, al pari delle religioni storiche, è oggettiva: soprattutto, diceva Max Weber, “legittimare la ricchezza”, per esempio dei nouveau riche senza storia e cultura, delle multinazionali che speculano, delle grandi industrie che inquinano. Una religione con un proprio chiericato (direttori di musei, galleristi, mercanti, giornalisti…) e non è un caso che i critici vengano denominati curator (“curati” come i preti cattolici); una religione con i propri pellegrini che fanno migliaia di chilometri per inginocchiarsi davanti al “sacro quadro”; una religione con i propri profeti, quel Clement Greemberg che ipotizzò il Teorema della turbolenza secondo cui tutta la grande arte contemporanea “all’inizio sembra brutta”, e il cui seguace, Leo Steinberg, ne completò il senso sostenendo che i grandi artisti ci spingono “ad abbandonare i nostri valori più cari”. In poche parole, chiosava divertito Wolfe, se un’opera d’arte turba, probabilmente è di qualità; se è detestabile, probabilmente è grande.

E’ però Jenks a entrare nello specifico di questa religione che ha le sue eterodossie ed eresie, dogmi e perfino miracoli tipo il “bilbaoismo”, cioè quel “Guggenheim effect” che si avverò nella cittadina spagnola e che è la case history più citata e dibattuta: di come un museo, perfino vuoto, al pari della grotta della Madonna di Lourdes, sia sufficiente per cambiare le sorti di un luogo. O meglio – spiega nella prefazione al volume Alessandro Beltrami – nel tempo della secolarizzazione dell’immagine, sganciata dalla sua natura iconica e religiosa, i musei servono a risacralizzare in altra forma l’arte, perfino quella di tipo religioso, però solo nella sua dimensione immanente. O per essere ancora più precisi: i musei sono istituzioni laiche che nascono al tempo dell’Illuminismo come negazione del sacro. La ricontestualizzazione che in essi si compie annulla il valore iconico e trascendente del dipinto per conservarne solo gli aspetti tecnici, formali e storici, e quindi in ultima istanza di tipo materiale. “I musei nascono dunque come templi della capacità umana, dove Cristo è sostituito con Prometeo. È il credo nell’uomo, radice di una nuova religione secolarizzata di cui le opere sono le reliquie e i testi sacri”.

Dal white cube, il museo scatola bianca, a quello modello Disney World, questi edifici immensi, spesso brutti e poco funzionali, frutto delle utopie più balzane delle archistar, assolvono a svariate funzioni talora in contraddizione: conservare e commemorare il passato, promuovere il presente, indicare il futuro, educare il popolo a valori comuni (tra cui il “brutto”), ma anche divertirlo tipo parco giochi, fungere da banca dove custodire dei valori, fungere da borsa certificando o facendo lievitare i prezzi delle opere contemporanee, essere l’officina più visibile della cosiddetta industria culturale. In soldoni, sono le nuove vere cattedrali, al pari dei mall, dove adorare la contemporaneità.

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