Diversi

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Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

Josif Brodskij

da Poesie (Adelphi 1986)

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Ti togli la camicia
così come il cielo
si libera della pioggia,
e in quel piegarsi concentrico
di tessuti un suono nasce
e rapisce le nuvole cariate dal sole
che trascinano gli astri,
nell’abbagliato oceano
delle tue scapole
fiorite di tagli.

Simone Cattaneo
(1974 – 2009)

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Non è più la certezza d’un cammino
che spinge il passo: il passo oltre se stesso
procede, perché questo è il suo destino.
E, a fargli strada, tutto un universo
che oltre il termine ultimo, oltre il ciglio,
s’espande perché ancora l’attraversi
questo passare senza meraviglia
di moto in moto, lungo uno schioccare
secco, che suona, ma non fa scintilla.

Tutto è stato sognato. Non c’è lume
che guizzi più, né Ospite straniero
che dall’abisso del suo ciglio illune
dischiuda il varco, e al passo degli dei
transiti in terra.
Ormai l’ospite a prova
di bomba dorme; e anch’io-sia onore al vero!-
in questo buio pesto ora mi muovo
quasi a mio agio, né m’occorre lume
per sapere cos’è quel che m’investe
il viso quando avverto
il frangersi dell’onda: è solo spuma!

Roberto Mussapi

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Daffodils

[…]

La terra non è più mia che per poco,
ma i daffodils ancora vi fioriscono
e vi fiammeggia il croco. E non è un gioco
coglierli da lontano con lo sguardo.
Sono nel fuoco, ardo nel centro oscuro:
ha qualcosa di me, forse di te.
È la speranza che vi soffoca, o è
proprio in quella disperata mancanza
d’ossigeno, in quella oscura danza
della luce il vagito misterioso
di chi attende nel taglio dalla madre
lo sfaglio inattendibile dell’essere?
La storia dell’uomo non ha usanza ulteriore:
è l’amore che cresce a distanza
dalle ladre abitudini del cuore.

Piero Bigongiari

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Bartolomeo

Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull’alluminio del banco,

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansìe di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l’età
matura, non il mio invecchiamento –
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.

Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo
che sente all’unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.

Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…

Davide Rondoni

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Ogni incontro è separazione
il cuore umano è come una bianca nuvola che passa
la sua traccia scompare come il gelo
gli uomini la cercano invano.

Daigu Ryokan

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Novembre

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.
È l’estate, fredda, dei morti.

Giovanni Pascoli

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Ecco ad esempio, numeri. Anni:
quarantacinque, cinquantasette,
settantuno, novantasette.
Misuro: sette centimetri
dietro le coste, sette punti liquidi,
nell’occhio.
Anni sbagliati e calendari,
appuntamenti falliti
per un secondo o un secolo.

Maurizio Cucchi

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Silenzio stellato

E gli alberi e la notte
Non si muovono più
Se non da nidi.

Giuseppe Ungaretti, 1932

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Settembre, andiamo. È tempo di migrare
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

Gabriele D’Annunzio

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Io ero solamente ciò
che tu toccavi, quello
su cui – notte fonda, corvina –
la fronte reclinavi tu.

Io ero solamente ciò
che tu là in basso distinguevi:
sembiante vago, prima, e poi
molto più tardi, tratti.

Sei tu ardente, che
sussurrando hai creato
la conchiglia dell’udito
a destra, a manca, là, qui.

Tu che nell’umida cavità,
tirando quella tenda,
hai messo voce, perché
potesse te chiamare.

Cieco ero, nulla più.
Tu, sorgendo, celandoti,
hai dato a me la facoltà
di vedere. Si lasciano scie

così, e si creano così
mondi. Spesso, creati,
si lasciano ruotare così,
elargendo regali.

E, gettata così,
in caldo, in freddo, in ombra, in luce,
persa nell’universo,
ruota la sfera e va.

Iosif Brodskij

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Se volessi un’altra volta queste minime parole
sulla carta allineare (sulla carta che non duole)
il dolore che le ossa già comportano

si farebbe troppo acuto, troppo simile all’acuto
degli uccelli che al mattino tutto chiuso, tutto muto 5
sull’altissima magnolia si contendono.

Ecco scrivo, cari piccoli. Non ho tendine né osso
che non dica in nota acuta: «Piú non posso».
Grande fosforo imperiale, fanne cenere.

Franco Fortini, Composita solvantur

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Ma io vi prevengo che vivo
per l’ultima volta.
Né come rondine, né come acero,
né come giunco, né come stella,
né come acqua sorgiva,
né come suono di campane
turberò la gente,
e non visiterò i sogni altrui
con un gemito insaziato.

Anna Achmatova, 1940

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A quelli che vorrebbero tenermi qui –
morti che mi amano ancora
perché non gli resta altro da fare
che amarmi sin che anch’io
non sia tornato con loro
dietro il muro sbiadito e il marmo
che salda la calcina mischiata
con sabbia del Baganza e acqua
del condotto farnesiano –
vivi che non mi hanno mai amato
e dicono di preferire
quella poesia di una grazia
proverbiale, dico: lasciatemi andare,
gingno è ventoso
e queste foglie amare
sono imbrattate di lucciole sfinite,
lasciatemi andar via.

Attilio Bertolucci, La lucertola di Casarola

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Al bel tempo di maggio le serate
si fanno lunghe; e all’odore del fieno
che la strada, dal fondo, scalda in pieno
lume di luna, le allegre cantate
dall’osterie lontane, e le risate
dei giovani in amore, ad un sereno
spazio aprono porte e petto. Ameno
mese di maggio! E come alle folate
calde dall’erba risollevi i prati
ilari di chiarore, alle briose
tue arie, sopra i volti illuminati
a nuovo, una speranza di grandiose
notti più umane scalda i delicati
occhi, ed il sangue, alle giovani spose.

Giorgio Caproni, Finzioni (1938-1939)

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Dimenticare città, nomi, desideri
di uomo: voglio solo fiorire, rivivere, io
non più io, ibisco, acacia,
conca aperta e tremante di un anemone.

Avere piedi e nodi d’erba, io
non più io, mani guantate
di germogli, ciglia nuove blu, di
scorza il torace, spezzato e vivo.

Ho dimenticato tutto, scrivo
perché dimenticare è un dono : non
desidero più che alberi, alberi, prode
di vento, onde che vanno e tornano, l’eterno

rinascere sterile e muto delle

cose.

“Marzo è stato freddo e triste ma
poi l’Aprile , praterie, portenti
di scarlatto lieve, ciliegie, e le prime

rose”.

Giuseppe Conte, L’Oceano e il ragazzo

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Poi malgré tout è fine febbraio o marzo
la primavera non c’è ancora,
c’è, trepidante, quella numinosa nebula,
quel fuoco bianco nell’aria,
quelle velature seta e argento,
tutto ciò che desidera il senso
ci sia
in questa piega dell’anno, tutto,
la prima barca, il primo verde dei salici,
la prima ruota d’acqua
alla virata dell’armo.
C’è tutto, tutto.
Tutto incredibilmente.

Mario Luzi, Per il battesimo dei nostri frammenti

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Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’oscura primavera
di Sottoripa.

Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzìo lungo viene dall’aperto
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.

Eugenio Montale, Mottetti

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Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini

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