Curationism, ovvero la moda del curator che cura l’ospedale dell’art system (e anche altro)

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L’era del curator volge al tramonto: ha spiegato qualche giorno fa Francesco Bonami che pure lo fa di mestiere: “Siamo diventati deliranti su certi aspetti e allo stesso tempo del tutto irrilevanti sia in relazione al mercato che alla carriera degli artisti”. Dietro la dichiarazione da “heautontimorumenos”, cioè da “punitore di sé stesso”, il personaggio grottesco della commedia latina che si autoflagellava compatendosi in modo ridicolo per il male commesso, potrebbe però nascondersi la solita furbata situazionista, buona per aggiudicarsi un poco di esposizione mediatica. Ne è convinto David Balzer in un pamphlet da mandare a memoria per chi volesse addentrarsi nel sistema dell’arte (“Curatori d’assalto”, Johan&Levi, pp.168 euro 16,00) quando sottolinea come il principale tratto distintivo del supercurator sia “proprio la disponibilità a discutere i risvolti contradditori, persino ipocriti” di questa professione che, lungi dal declinare, sta tracimando in altri contesti (la moda, il food, la tecnologia…). Tanto che Balzer, vincitore nel 2015 dell’International Award for Art Criticism, conia il termine “curationism”, peraltro difficile da rendere in italiano con gli equivalenti “curazionismo” o “curatelismo”, in cui si evidenzia grazie al suffisso “ismo” lo slittamento semantico verso una nuova delirante mania collettiva per la quale ogni evento mediatico ha bisogno del suo bravo curatore. Ed è istruttivo seguire la parabola del sostantivo dall’epoca romana nella quale i “pro-curatores” esercitavano funzioni pubbliche, passando per il Medioevo quando si delineò in ambito religioso la figura del “curato”, fino alla deriva attuale. Se infatti nella modernità la figura chiave nell’arte era lo storico che si limitava a collocare a posteriori movimenti e artisti sulla linea del tempo, e nel postmoderno fu il critico engagé che s’inventava gruppi e avanguardie, nella contemporaneità regna invece incontrastato il curator: una sorta di organizzatore del circo Barnum dell’art system, a metà tra il bravo presentatore e il domatore di leoni. Con un ulteriore paradosso: benché nel contemporaneo, come arguiva Tom Wolfe, l’arte esista solo se sostenuta da una buona teoria, alla casta curatoriale non è neppure richiesta una preparazione specifica né una frequentazione assidua della materia, e non si danno studi o scritti fondamentali che vadano al di là delle interviste o delle rapide presentazioni nei cataloghi. Di fatto, il curator sta allo storico come l’infermiere al chirurgo. E non è un caso che i “curatores”, come elenca Balzer, provengano da ambiti svariati: tanto per dire Hans Ulrich Obrist, attualmente il più celebre, è laureato in economia; Jean Leering, mitico direttore del museo Eindhoven, era un ingegnere edile; l’importante californiano Walter Hopps, un agente di musicisti jazz; Seth Siegelaub, l’inventore del concettualismo, faceva l’idraulico; il mitico Harald Szeemann, il più idealizzato di tutti i tempi, cominciò a teatro, come attore e scenografo. Forse il curriculum confacente visto che l’occupazione maggiore del curatore è appunto quella di mettere in scena le opere, al punto che oggi non solo esiste una storia dell’arte, bensì perfino una storia delle mostre. Il sonno della ragione genera mostre, il non sonno dei curator genera qualsiasi cosa: affetto da dromomania, Hobrist si vanta infatti di non dormire mai e di organizzare eventi ovunque ci sia spazio.

Pastore, alchimista, ma anche fine psicologo, esperto di comunicazione e di relazioni, all’uopo manager e amministratore, cosmopolita vagabondo, di tutto un po’, il curator (tipo Hobrist, Gioni, Enwezor, Christov-Bakargiev…) è diventato il deux ex machina della contemporaneità: serve a dare senso e valore all’opera d’arte che senza un roboante intervento esterno rischierebbe di restare muta, non generando ricavi al mercante. Il curator è un megafono la cui voce tende però a sovrastare le altre, è il paladino, in fin dei conti, di sé più che degli artisti. Oggi, dice Bonami, “se non sei in grado, come curatore, di articolare al pubblico in un linguaggio comprensibile il motivo per cui una scatola di scarpe è un capolavoro, tu sei l’imbecille”. Spesso anche quando ci riesci.

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