Archistar: vieni avanti creativo

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Solo un cretino è sempre pieno di idee. Longanesi chiudeva la questione in modo assiomatico, riassumendo perfettamente la degenerazione del contempoaneo: siamo tutti creativi, il creativo è una persona piena di idee, il creativo è un cretino. In sostanza creatività e cretinità coincidono, specie nell’epoca in cui anche “un cavallo può essere un genio”, così come arguiva Robert Musil ormai cento anni fa. E se c’è un settore dove genialità/creatività/cretinità convivono è l’architettura delle archistar. E in una maniera assai più perniciosa di quanto accade nell’arte contemporanea dove il connubio cretinità/creatività produce quasi sempre danni privati e di poco conto. Al contrario, l’essenza dell’architettura è di avere una imprescindibile dimensione pubblica che rende il problema complesso e non trascurabile.
Nell’epoca della creatività a tutti i costi, si è sedimentata anche nell’architettura l’idea che solo la soggettività, intesa come epifenomeno della libertà, possa produrre capolavori, innanzitutto prescindendo dallo stile, da uno stile, e da un qualsiasi decoro.

L’archistar che è per antonomasia un creativo e non più soltanto un mero architetto – e che può essere paragonato nella sua deleteria funzione solo al designer il cui massimo desiderio è riprogettare l’universo mondo – assecondando la propria soggettività/libertà, in questo considerandosi un artista anzi l’artista per eccellenza, progetta edifici che lungi da assolvere funzioni o integrarsi in contesti, rappresentano esclusivamente la tracotante esibizione della propria assoluta soggettività/libertà. Non ritenendo che una forma chiusa e uno stile possano rappresentare una possibilità di libertà (si pensi a tutta la grande poesia espressa nella forma chiusa del sonetto/endecasillabo), l’archistar rifugge arrogante lo stile e dà sfogo alle proprie bambinesche pulsioni di creare forme o distruggere forme tanto per giocare. Non è un caso che le archistar siano più o meno tutte riconducibili al termine “decostruttivismo” (vedasi Frank O. Gehry, Daniele Libeskind, Rem Koolhaas, Zaha Hadid…), intendendo un non stile, in cui la furia di rompere col passato “euclideo” è pari all’ansia di stupire con nuove cose, nuovi materiali, nuovi spazi. Una architettura senza geometria, una non architettura che ha prodotto orrori stupefacenti, icone aliene precipitate quasi per caso dentro millenarie sedimentazioni di senso.

Se i silenzi di Cage possono essere concessi solo perché prima ha composto (e per fortuna) Bach – e se fosse esistito solo Cage non ci sarebbe musica – così la non-architettura che produce non-edifici può essere rappresentata solo perché in precedenza sono esistiti Brunelleschi e Leon Battista Alberti. Di fatto, non è concepibile una città costruita esclusivamente con edifici decostruzionisti, neppure nella peggiore fiction dell’orrore, mentre essi possono, al massimo, essere tollerati come un “monstrum” all’interno di un tessuto urbanistico classico o moderno, come licenze nel verso, dissonanze nello spartito, e guardati come insorgenze ulteriomente cacofoniche del chiasso contemporaneo.

Nella decomposizione e disarticolazione, una geometria instabile e asimmetrica, priva di qualsiasi armonia, spaesante, nella frammentazione e deformazione che assurge a verbo, c’è tutto il nichilismo della contemporaneità, l’assenza di qualsiasi valore e contenuto, l’assenza di qualsiasi finalità compositiva, la definitiva scomparsa di ogni umanità. Non c’è infatti nessuna proporzione tra essi e noi, tra l’edificio e l’uomo che li guarda, non c’è nessuna possibile consonanza, non c’è bellezza, l’unico sentimento possibile e non positivo è quello del disagio di non comprenderli o poterli razionalizzare al primo sguardo.

(dalla rivista Il Bestiario)

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